MEDIAZIONE E CO-MEDIAZIONE FAMILIARE NEL PROCESSO CIVILE

20
Ott

Le prime riflessioni riguardarono problemi come la sospensione del procedimento civile (che non è prevista dalla legge) la figura del mediatore (che può assimilarsi ad un ausiliario atipico) la transazione su diritti indisponibili (vero e proprio Totem del Giurista di Famiglia): esse rischiano di apparire ormai superate e non sono state riportate in questa raccolta. La mediazione, infatti, è stata inserita dalla legge nel processo civile così come esso è oggi. Non sono ammessi argomenti ulteriori se non de iure condendo. Non c’è dubbio che la società reclami la mediazione familiare e che ciascun giudice possa, se vuole, farvi ricorso, con gli strumenti processuali a disposizione e senza snaturare la mediazione stessa, che ormai costituisce una scienza a séstante con canoni suoi propri (un esempio per tutti: una mediazione tentata da parte di un soggetto che eserciti una qualsiasi forma di potere decisionale, anche per delega dal giudice, non si può chiamare mediazione).

Il secondo scopo di questo scritto è quello di esplicitare le potenzialità del modello di co-mediazione familiare interdisciplinare, così come mi fu illustrato già nel 2001 da Dominic Raeside (Mediatore Familiare presso il Family Law in Partnership di Londra) nel corso di alcuni incontri di formazione tenutisi sia a Londra che a Roma.
La co-mediazione interdisciplinare (la mediazione, per intendersi, tenuta da un co-mediatore di formazione legale e da uno di formazione psicosociale) è un modello assai reputato nel mondo occidentale, ma ancora poco diffuso nel nostro Paese.
Ricorrerò, per spiegare di che si tratti, ad una metafora. Immaginiamo due sportivi che utilizzano lo stesso elemento: l’acqua.
Da una parte un professionista dello stile libero. Dall’altra un subacqueo. Nonostante l’identità del loro “ambiente” di lavoro- le loro reciproche competenze non comunicano.
Il nuotatore è soltanto preoccupato di nuotare da un bordo all’altro nel minor tempo possibile, e quando, raramente per la verità, guarda il fondale vi scorge forme e contorni confusi ed indistinti. Il suo sport è rivolto ad un risultato tangibile e immediato: a realizzare un nuovo record che fra poco (forse anche domattina) sarà superato dagli ulteriori accadimenti.
Il subacqueo sportivamente è il suo contrario: egli vive negli abissi, indugia, rincorre (talvolta senza uno scopo apparente) una murena fin nella sua tana, soppesa idealmente una cernia o una ricciola come fossero trofei. Il suo sport non produce un risultato immediato.

Fuor di metafora ricordiamo che il processo di famiglia coinvolge, come si sa, diverse figure di professionisti.
Alcuni sono necessariamente sempre presenti (gli avvocati, il giudice), altri solo occasionalmente (psicologi e psicoterapeuti, psichiatri talvolta, altre volte gli assistenti sociali) e sono detti ausiliari del giudice. Si va ora delineando –sulla base delle più recenti normative- una nuova categoria di esperti nel processo: gli esperti in mediazione familiare.
I professionisti suddetti agiscono nello stesso ambiente (il processo civile) ma non sempre si comprendono, e poco si conoscono.
Chi legge probabilmente sa già che la mediazione familiare, più che del raggiungimento di un accordo, ha come finalità quella di ripristinare i canali di comunicazione interrotti di quella coppia che abbia (già) preso la decisione di separarsi o divorziare: la mediazione è finalizzata ad una intesa sui dettagli pratici di una separazione o di un divorzio, principalmente nell’interesse dei figli.
Orbene: queste intese tra coniugi, questi accordi che per la loro natura (poiché coinvolgono i minori e i diritti indisponibili) debbono essere normalmente presi davanti alla Autorità Giudiziaria, sono stati fino ad oggi conclusi e/o facilitati dagli avvocati (che nella metafora di cui sopra sono rappresentati dai nuotatori)
Il raggiungimento degli accordi conciliativi in tribunale, infatti, non può essere -se non eccezionalmente- affidato ai consulenti psicologi o agli psicoterapeuti, a causa delle finalità e dei tempi diversi della loro indagine.
Quando si tratta di raggiungere accordi che regolino il futuro, anche economico, di una coppia genitoriale nessuna delle categorie professionali coinvolte produce risultati soddisfacenti, da sola.

Gli avvocati (categoria cui appartengo e che conosco meglio) in particolare sono soliti assumeredue atteggiamenti, a seconda che la richiesta di separazione consensuale, o di divorzio congiunto provenga da una soltanto o da entrambe le parti. Se un legale viene officiato di cercare un accordo quale rappresentante di tutte e due le parti –ben sapendo che la deontologia forense lo obbliga, in caso di fallimento delle trattative, a rinunziare alla difesa di entrambi- si attesta su un livello di indagine e di conversazione molto superficiale, non di rado paternalistico. Si potrebbe così sintetizzare tale atteggiamento: “…non ci metteremo a litigare proprio adesso che siamo ad un passo dall’accordo!”
Quando invece gli avvocati tentano una conciliazione bilaterale (ove ogni partner è rappresentato dal proprio avvocato) sollevano (teatralmente,talvolta) a beneficio del Cliente una serie di eccezioni e pretese eccessive: ma dentro di sé -e sempre che si tratti di un bravo e scrupoloso avvocato- il legale conosce già quale sia il punto di equilibrio ideale per quella famiglia, in relazione a quella fattispecie concreta. I due legali hanno già soppesato e deciso tutto, in base alla loro esperienza professionale, ai precedenti di giurisprudenza, all’id quod plerumque accidit : essi sono convinti di poter disciplinare ogni dettaglio dei futuri accordi divorzili, Le parti –se dipendesse da loro- potrebbero addirittura non essere presenti: meglio, forse.

In entrambi i casi di intervento dell’avvocato, o di due avvocati nel tentativo di raggiungere una separazione/divorzio consensuale, le parti hanno sub-appaltato (in lingua inglese i mediatori per chiarire il fenomeno parlano in effetti di “sub-contracting” del processo decisionale della coppia in crisi) agli “esperti legali”.

Dall’altra parte, non fanno molto meglio di loro i professionisti dell’area psico-sociale (che s’interessano ovviamente della sostanza delle relazioni più che della forma/processo) stante la loro conclamata incapacità di entrare nei dettagli pratici e legali di cui la vita quotidiana, anche e soprattutto di un genitore separato, è composta.

Ecco dunque l’ ubi consistat della co-mediazione interdisciplinare. Essa può essere paragonata all’invenzione dello snorkeling: quella pratica sportiva consistente nel nuoto a pelo d’acqua con maschera e boccaglio. Infatti ritornando alla metafora si tratta di insegnare al “liberista” a nuotare sì in avanti ma osservando il fondale, le trasparenze dell’acqua e la rifrazione dei raggi del sole sulla superficie marina. Di quando in quando vale la pena anche d’immergersi: magari per raccogliere e mostrare agli altri una magnifica conchiglia.
Il subacqueo da parte sua deve visitare la barriera corallina dall’alto, tenendo il ritmo del gruppo. Non servono le bombole: si respira l’aria esterna tramite il boccaglio, e per questo a nessuno è concesso di immergersi troppo a lungo.

Nella co-mediazione interdisciplinare due professionisti di aree diverse usano le competenze di rispettiva formazione per dar vita ad una professionalità terza e affatto nuova.

L’utilizzo di entrambe le competenze nel procedimento di mediazione, quella legale e quella psicologica, rappresenta un vantaggio inestimabile, cui non è possibile rinunziare, se non a prezzo di una riduzione dell’efficacia dell’intervento complessivo nel processo civile.
Un intervento inefficace, in questa fase ancora pionieristica della mediazione (almeno per l’Italia) è davvero l’ultima cosa di cui il nostro diritto di famiglia ha bisogno.

http://www.personaedanno.it/index.php?option=com_content&view=article&id=25790&catid=121&Itemid=368&mese=01&anno=2008